Ci insegnano ad amare, ma senza spiegarci davvero cosa significhi: non ci viene detto in modo diretto, lo impariamo e basta.
Lo “assimiliamo”, quasi per osmosi, nelle storie che ci raccontano fin da piccoli, nei film romantici che guardiamo crescendo, nelle parole che ci restano addosso senza che ce ne accorgiamo.
Ci insegnano che l’amore è qualcosa da cercare e da custodire a tutti i costi. Che è un traguardo.
E allora nella nostra vita si insinua questa idea semplice, rassicurante, ma in realtà subdola: se c’è amore, va bene così.
Ma troppo spesso, nemmeno i nostri genitori — che per desiderio di protezione ci custodiscono come la rosa del Piccolo Principe — riescono a prepararci a riconoscere quando l’amore non lo è.
Nessuno ci spiega davvero dove finisce la cura e dove comincia il controllo, dove il rispetto si affievolisce fino a sparire per lasciare spazio alla paura.
Non ci viene detto che, oltre a saper amare, dovremmo sapere soprattutto come dovremmo essere amati.
Cosa è giusto chiamare amore e cosa no.
Una lezione su questo non c’è.
Non esiste un momento preciso in cui qualcuno si ferma, consulta il “manuale dei sentimenti” e ci avvisa:
“Attenzione, non tutto ciò che somiglia all’amore lo è davvero.”
E così impariamo a interpretare.
A giustificare.
A restare.
Restare anche quando qualcosa non torna, quando le parole pesano e feriscono, quando i silenzi diventano muri e gli sguardi tagliano come lame affilate.
Ma forse dovremmo chiederci anche un’altra cosa:
Cosa succede quando l’amore non ci fa restare per scelta, ma per dipendenza?
Perché l’amore dovrebbe esserci indipendentemente, non chiedere in cambio la nostra identità.
Eppure, troppo spesso — soprattutto alle donne — viene inculcato che amare è sinonimo di rinunciare a molto di sé per un fine maggiore.
Come se, per essere vero, dovesse necessariamente passare attraverso il sacrificio.
E allora succede qualcosa di sottile, ma profondo:
impariamo a pensare che amare significhi cedere spazio, ridimensionarsi, sparire un po’.
Lo stesso schema, però, non resta confinato nelle relazioni.
Si insinua anche altrove, prende forma in altri ambiti della vita.
Entra nel lavoro.
Quando una donna si trova davanti al lavoro “riconosciuto”, si trova quasi sempre davanti a un bivio che sembra già avere un giudizio incorporato:
- se decide di rinunciare alla propria professionalità per dedicarsi alla famiglia, allora sta facendo “la cosa giusta”, con il rischio di diventare un distributore automatico di benessere altrui;
- una presenza che dà, continuamente.
Vengono messe da parte l’autonomia, l’indipendenza economica e, ancora più in profondità, il proprio io.
Perché il lavoro non è solo uno stipendio: è esistenza nel mondo, e rinunciarvi non è mai neutro.
Se invece decide di continuare a esistere anche fuori dalla dimensione familiare, allora qualcosa cambia nello sguardo degli altri.
Irrompe il giudizio.
Quindi cosa scegliere, sempre che di scelta si possa parlare?
Siamo solo davanti a modi diversi di rinunciare?
Partiamo da oggi, dal Primo Maggio, con l’obiettivo di ottenere un cambio di passo radicale: un nuovo libretto di istruzioni per uscire da quest’impasse.
Dovremo mettere in discussione noi stessi, le nostre sicurezze, ed essere disposti a imparare di nuovo.
E allora forse arriveremo a comprendere che amare ed essere amati può — e deve — comprendere molteplici cose:
- scegliere sé stesse e l’altro;
- scegliere di lavorare e occuparsi della famiglia;
- scegliere di non sparire per dimostrare di esserci.
Perché, nella matematica dell’amore, uno più uno non fa due, ma molto di più:
la somma porta a elevarsi e valorizzarsi a vicenda, in ogni aspetto della vita.
Buon Primo Maggio
Lascia un commento
Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
