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L’ombra del 1620: Memoria, Verità e Cittadinanza

L’ombra del 1620: Memoria, Verità e Cittadinanza

Di Stefano D’Archino Pastore riformato a Bellinzona, già pastore a Sondrio

Nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1620 ebbe inizio il massacro dei protestanti valtellinesi. Al termine della violenza, circa 600 persone furono trucidate, molte delle quali colte nel momento della preghiera: il 19 luglio, infatti, era una domenica. Tra le vittime non vi furono solo riformati, ma anche cattolici che si opposero a quello che la storiografia di parte cattolica definì, con un termine quasi celebrativo, il “Sacro Macello”.

L'eliminazione del pluralismo: il 1639

Quando nel 1639, con il Capitolato di Milano, la Valtellina e la Valchiavenna tornarono sotto il dominio grigionese, una clausola esplicita vietò il culto evangelico in quei territori. Fu un'eccezione drammatica rispetto a quanto accadeva nelle Tre Leghe grigionesi, dove la convivenza tra le due confessioni era la norma.

Quella clausola sancì l’eliminazione definitiva del protestantesimo da queste zone e dimostra come, oltre alle innegabili motivazioni politiche ed economiche, in quell'eccidio vi fosse una radice religiosa profonda e deliberata.


Il "Senno di poi" e la trappola del "Voi, però..."

Sembrano fatti lontani, ed è innegabile che la società sia profondamente cambiata. Eppure, ancora oggi, capita spesso — persino in ambito ecumenico — di scontrarsi con la frase: “Anche voi, però…”.

È un tentativo sottile di sminuire il massacro, presentandolo come una sorta di "conseguenza automatica" di errori o crimini compiuti in precedenza dai riformati. Ma serve ribadirlo: non c’è nulla di automatico nelle azioni umane. Una "pulizia religiosa" è un crimine che non può essere relativizzato tramite la compensazione delle colpe.

Soprattutto, la logica del "noi" contro "voi" non dovrebbe più appartenere al nostro tempo. Certo, siamo legati alle nostre tradizioni, ma dovremmo sentirci svincolati dall'obbligo di una "difesa d'ufficio" del passato, specialmente quando abbiamo preso coscientemente le distanze da un certo modo di concepire la Chiesa e il potere.


Martiri di Valtellina, non stranieri

In Valtellina l’ombra di quel periodo sembra non essere stata ancora del tutto dissipata. Solo di recente si è giunti a un confronto tra storici di varia estrazione per cercare una ricerca condivisa, anche sui numeri reali dell’eccidio.

Resta però un nodo culturale: troppo spesso si parla dei riformati uccisi come se fossero "stranieri". In realtà, essi erano e restano martiri valtellinesi. Come tali, dovrebbero essere ricordati non solo dalla piccola minoranza evangelica oggi presente in valle, ma dall'intera società e dalle istituzioni locali: erano concittadini vittime della violenza religiosa, e la loro memoria appartiene a tutti.


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