Siamo nell’Italia della Prima Guerra Mondiale, un’Italia dilaniata, stanca, affamata da un conflitto che ha separato famiglie, amori e persone.
Un’Italia dalla vita sospesa, fatta di paure, di notizie che si rincorrono, di cari che non tornano più. E non sono solo i soldati a stare in trincea, ma intere famiglie, che si trovano per di più ad affrontare anche la terribile “spagnola”: morte che si somma alla morte e che strappa le vite di chi è rimasto a resistere.
E’ in questo contesto che inizia il racconto della famiglia di Cicci, una storia che deve essere raccontata doverosamente dal punto di vista delle donne.
Non angeli del focolare, come certa retorica ha voluto dipingere.
Non figure delicate da proteggere.
Ma fiori d’acciaio.
Donne che hanno incarnato l’essenza di una parola, resilienza.
Forse una parola tanto usata, per non dire abusata, ma perfetta per descrivere tre generazioni che si sono susseguite, legate da un filo rosso fatto di determinazione e, appunto, resilienza.
Nella totale insicurezza e con lo spettro di una nuova guerra, nonna Felicita, segnata dalle paure e dai dolori, prese la decisione con il marito di vendere l’attività, di raccogliere i pochi averi, gli affetti rimasti e partire verso il nuovo mondo.
Una scelta difficile, ma necessaria.
Prima partono i figli, di corsa, senza aspettare troppo, perché non c’è tempo, perché i ragazzi vanno messi al sicuro, raggiunti poi dal resto della famiglia mesi dopo, con 50 giorni di navigazione sulle spalle nel nero oceano.
Ma le storie vere non seguono mai traiettorie lineari.
Migliaia di migranti, con tasche piene di sogni e speranze, tutti lì, tutti sulla stessa banchina del porto di Buenos Aires:
“Troppi italiani arrivati in Argentina” - dissero le autorità - “dovete lasciare il paese!!”
“E Allora? Oreste e Alfredo, dov’erano?“ - Domandò la nonna con la voce spezzata - “sono andati in Cile“ rispose Giuspin - un piemontese che si trovava da mesi nel centro di raccolta migranti.” (cit)
In Cile. Un altro stato. Un altro mondo ancora. E ancor una volta, è una donna a non cedere. Attraversa la Cordigliera su una mula, supera i cinquemila metri di altezza, con una bambina di quattro anni in braccio. Tutto pur di ricominciare, per costruire, di nuovo, un futuro diverso.
La piccola Cicci, nipote di Felicita, aveva 5/6 anni allora, e a Santiago conosce la bellezza della diversità. Artefice di questa splendida alchimia di incontri fu ancora una volta una donna, sua madre, permeata della calda accoglienza di chi ha poco, ma che decide con amore e gratitudine di condividerlo con chi ha ancora meno:
“Le famiglie che abitavano nel nostro rione, erano tutte provenienti da diverse parti del mondo: diverse le lingue, le culture, le religioni, le tradizioni. Era naturale per me giocare con bambini ebrei, irlandesi protestanti, spagnoli cattolici, inglesi anglicani, palestinesi musulmani (…) Le nostre famiglie si invitavano a vicenda per condividere le feste che avevano una importanza rilevante nella propria cultura, scambiandosi cibi tipici, bevande e si insegnavamo a vicenda canti e danze”
Il mondo in Cile si fece vario, ricco di storie, culture e abitudini destinate a incrociarsi e contaminarsi: quanta meraviglia nell’altro, nella condivisione, nello scambio di umanità!
E quando si assaggia cotanta varietà di gusti, non è possibile tornare indietro.
“Convivere con altri mondi, altre lingue, altro modo di manifestare i sentimenti, mi ha insegnato a indossare le scarpe dell’altro, senza mai giudicare i passi altrui”
Questa esperienza diventa parte della sua struttura interiore.
Ma tutta questa apertura verso “l’altro rispetto a me”, non sempre viene compresa: spesso lo sguardo di diffidenza può realmente scalfire una persona, farla sentire fuori posto, e addormentare la sua fame di conoscenza.
Cosa che accade a Cicci, giunta in Valtellina negli anni 70.
Per un periodo si insinua persino la depressione: perché la resilienza non è assenza di fragilità. E’ attraversarla senza smettere di cercare uno spazio in cui essere pienamente sé stessi.
Ancora una volta, il coraggio di una donna è riuscito ad andare oltre al muro di un mondo così sterile. Cicci, essendo incapace di uniformarsi a una realtà troppo distante dal proprio sentire e dalla propria esperienza di vita, con tutte le sue forze è “andata oltre”, ritrovando la propria molteplicità, e costruendo, grazie anche all’incontro con il CEC, una dimensione vitale.
E il filo rosso continua.
Dalla nonna che attraversa le Ande, alla madre che trasforma la propria casa in un ponte tra culture, fino a Cicci che rifiuta di diventare straniera a sé stessa.
In questa storia non ci sono mimose.
Niente fiori delicati.
Fiori d’acciaio.
E forse, oggi, è il modo più vero per celebrare l’8 marzo.
Leave a comment
Your email address will not be published. Required fields are marked *
